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Col San Martino

Alcuni storici ritengono che la cappella dedicata a S. Martino, costruita poco dopo il Mille entro le mura del fortilizio sul colle 'Castel', sia stata la primitiva parrocchiale cui affluirono per molto tempo i fedeli sparsi in un vasto territorio circostante. La parrocchia ha comunque origini molto lontane, essendo una delle 36 pievi della diocesi cenedese. Lungo il tempo il territorio venne smembrato e sorsero così le parrocchie di Vidor, Colbertaldo e Mosnigo. Ecco alcuni cenni storici essenziali.

Nel sec. XIV viene nominata per la prima volta la chiesa di S. Vigilio eretta, sia pure in forma diversa dall'attuale, sopra il borgo di Posmon. In occasione della visita pastorale del 20 aprile 1475, il vescovo Trevisan riscontrò che nel territorio della Pieve esistevano tre chiese: quelle di S. Martino e di S. Vigilio, già nominate, con a fianco un piccolo cimitero; e quelle di S. Maria de Silva, situata in campagna, tra boschi di rovere. Pievano delle tre chiese fungeva certo prete Bonacorsio di Conegliano e in quel periodo la parrocchia era raccolta intorno alla chiesa di S. Maria de Silva e la Pieve si chiamava «Plebs de Silva». Nella visita del 1507 la Pieve è detta 'Plebs Collis S. Martini' e in quella del 1536 'Plebs S. Mariae de Silva Collis S. Martini'.

Nella visita del 1544 si segnala l'esistenza di altre due vecchie chiese: quella di S. Caterina presso le case di ser Giovanni Donato di Posmon, che la gente della borgata identificava in alcune mura perimetrali ricoperte di erbacce e di rovi; e quella di S. Maria Rossa, anch'essa quasi diroccata e perciò detta popolarmente 'S. Maria Rota'. Annessa a quest'ultima c'era un beneficio le cui rendite venivano di solito date in titolo o in commenda ad un ecclesiastico; quell'anno le percepiva il sacerdote Antonio Grimani, figlio di Vittore, Procuratore di S. Marco. La chiesa di S. Maria Rossa si trovava in posizione piuttosto intermedia tra Col S. Martino, Colbertaldo e Mosnigo e scomparve, completamente demolita, nel 1703. C'è chi ritiene che essa sia stata parrocchiale dopo quella di S. Martino e prima di S. Maria de Silva; il centro della cura d'anime sarebbe quindi stato spostato col mutare della situazione a causa dell'aumento degli abitanti e dello sviluppo delle «regole» sparse nel territorio assai vasto della Pieve.

Nel 1544 la parrocchia è retta dal pievano veneziano Vittore De Franceschi e dai vicepievàni Antonio e Giorgio Artusio ed ha due chiese succursali e 'cappelle curatae': S. Andrea di Colbertaldo e S. Martino di Mosnigo. Della prima è rettore Gianmaria Morono, segretario del Card. Grimani, e vice rettore il sacerdote Leonardo di Refrontolo; della seconda è rettore un sacerdote veneziano e vice Giovanni Antonio di Pieve di Soligo.

Gli atti della visita pastorale non nominano come filiale di Col S. Martino la cura d'anime di S. Maria del Castello di Vidor dove esisteva anche un monastero dei Benedettini presso la chiesa di S. Bona. Ma un documento del 1314, pubblicato dal Marchesan, include anche Vidor tra le regole della Pieve di Col San Martino che nel territorio della Pieve sono le seguenti: 'Capo della Pieve di Col San Martino, Guietta, Vidor, Selva Piana, Mosnigo, Nosglarota, Colbertaldo e Posmon'. Vidor figura cappella di Col S. Martino anche nella visita pastorale dell'ottobre 1599.

La chiesa di S. Maria Annunziata de Silva che, come si è visto, non era situata sui colli ma in campagna, presso l'attuale cimitero dove esiste ancora il vecchio campanile, funzionò come parrocchiale e pievana almeno dalla prima metà del secolo XIII fino all'anno 1904 quando fu demolita. Essa fu conservata dal vescovo Lorenzo Da Ponte nel 1748. Aveva quattro altari: il maggiore, con il tabernacolo in marmo per l'Eucarestia, portava il titolo della SS.ma Vergine Annunziata; il secondo della SS. Trinità, il terzo della Madonna del Rosario e il quarto di S. Giuseppe.

Oratori e culti particolari

Nel territorio del territorio sono presenti questi altri oratori: S. Martino in colle; S. Vigilio in colle; S. Giovanni Battista ora Beata Vergine di Lourdes a Giussin; SS. Francesco e Teresa e S. Antonio da Padova a Posmon; Oratorio Canal Vecchio; S. Giuseppe a Posmon, prep. famiglia Toffoli; cappella presso l'asilo infantile; cappella S. Francesco di Sales presso l'Istituto Botteselle.

L'urna di S. Martino

A Col San Martino la devozione al santo vescovo di Tours è antichissima. Più ancora che la leggenda del mantello donato al povero, è qui conosciuta quella altrettanto antica secondo la quale S. Martino avrebbe risuscitato un bambino, morto pochi istanti dopo la nascita. La leggenda vuole che il Santo l'abbia poi battezzato, imponendogli un nome di sua scelta, e l'abbia restituito vivo e sano alla madre in lacrime.

Al grande santo si raccomandano perciò soprattutto le coppie che desiderano e attendono un bambino.

Per tradizione esse levano il biglietto dei nomi da un'urna benedetta innalzando qualche preghiera per implorare la protezione del santo sul nascituro. E ancor oggi arrivano in parrocchia richieste di nomi, segnalazioni di grazie ricevute ed offerte da tutti i paesi del mondo dove risiedono i paesani costretti un tempo ad emigrare.

L'elixir Prosecco

Nel secondo dopoguerra, nella speranza di far conoscere, anche fuori zona, i vini di questi colli il cui commercio si rivelava difficilissimo, si seppe dar vita ad una manifestazione enologica che, iniziata in sordina, esplose rapidamente interessando un pubblico sempre più vasto.

Nata nel '66 nei locali di Piazza Rovere, essa si estese anche ad altri paesi, tanto che oggi le mostre del vino sono diventate manifestazioni tradizionali.

La Mostra Interprovinciale del Prosecco D.O.C. di Col San Martino, che ha ottenuto negli anni recenti il riconoscimento di manifestazione internazionale, è uno degli appuntamenti più importanti tra quelli che annualmente vengono organizzati nella Marca Trevigiana aventi come oggetto i prodotti dell'agricoltura. Questa scelta di espandere la conoscenza dei prodotti tipici dell'agricoltura collinare, elemento fondamentale dell'economia di Col San Martino, è sempre stato un preciso obiettivo della Pro Loco la quale da anni ha inserito nel suo calendario la Mostra dei prodotti lattiero-caseari, che si tiene in luglio, e la Rassegna bovina, organizzata a novembre in occasione della festa di San Martino.

Qui il Prosecco delle 'rive' si rivela un vino di tinta tenue, accuratamente vinificato in assenza di bucce, con un profumo delicato ed un frutto seducente che ricorda la mela selvatica matura, in assenza di tannicità che lo rende particolarmente morbido.

Quasi a suggellare l'importanza di Col San Martino come centro vinicolo, è stata tramandata una fantasiosa leggenda che vorrebbe come creatore del Prosecco Mastro Bortolo di Col San Martino, che brevemente ricordiamo.

Mastro Bortolo possedeva un piccolo podere coltivato a vigna intorno all'attuale chiesetta di S. Martino. A quei tempi, le ridenti colline che fanno da corona al Quartier del Piave non presentavano i filari che oggi si possono ammirare. I vigneti erano abbandonati alla volontà di madre natura. L'unico angolino curato con certosina dedizione era quello di Mastro Bortolo. Tanta passione e tanti sacrifici venivano però premiati dalla bontà del succo che usciva da quei grappoli dorati e che egli battezzò 'elixir Prosecco' Ma, ahimè, della genuinità del suo vino vennero ben presto a conoscenza i signorotti ingordi che allora dominavano la zona, i quali, senza neppure chiedere il permesso, cominciarono a mandare ogni autunno i loro fidi servitori a raccogliere l'uva. Mastro Bortolo, che teneva particolarmente a quei grappoli dai quali ricavava il vinello prediletto da offrire agli amici, trovò ben presto una soluzione alle ingiuste ruberie. Sarebbe bastato vendemmiare prima dell'arrivo dei ladri predoni; ma dove nascondere l'uva prima e il vino poi? L'unica cosa del circondàrio rispettata dai signorotti locali, perchè ritenuta piantata dal dio Endimione e quindi sacra, era la pianta che si innalzava maestosa nello spiazzo sottostante al colle dove si trovava il suo vigneto. Era un grosso rovere secolare che avrebbe dato il nome alla piazza tutt'oggi esistente. Soltanto il tronco del rovere poteva custodire il suo 'elixir Prosecco' Dopo lunghi mesi di faticoso lavoro l'ardito progetto di Mastro Bortolo fu realizzato: una lunga galleria che partiva dal suo terreno in collina e portava giusto sotto il grande rovere sacro. All'interno del suo tronco ricavò un vano per torchiare l'uva ed uno adibito a fresca cantina. Da quell'anno l'elixir Prosecco fu bevuto soltanto da chi voleva Mastro Bortolo.

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